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Festa di San Domenico a Cocullo

01 maggio - Cocullo (AQ)
La festa dei Serpari di Cocullo si svolge ogni primo di maggio. Per chi ama spettacoli dal sapore forte e primitivo è doveroso recarsi a Cocullo per la festa, e l'impressione di quanto avrà visto e provato quel giorno non lo abbandonerà per tutto il resto della sua vita. Nessuno è potuto restare insensibile di fronte ad una manifestazione religioso-folcloristica di così rara emotività.

L'inizio dei festeggiamenti è dato dall'arrivo delle compagnie di pellegrini provenienti dai luoghi dove il culto per San Domenico è ancora vivo, un momento di forte emozione e commozione, i devoti marciano verso la chiesa cantando a squarciagola inni devozionali, mentre il canto di partenza viene eseguito camminando a ritroso. A mezzogiorno il Santo portato a braccia da quattro persone esce dalla chiesa, e sul sagrato i serpari lo attendono con l'ansia dovuta al particolare momento di deporre i serpenti intorno alla statua. Ai lati del Santo due ragazze in costume tradizionale portano sulla testa i canestri contenenti cinque pani sacri, i cosiddetti "ciambellani", che in ricordo di un miracolo compiuto dal Santo, vengono offerti, per antica usanza ai portatori del simulacro e dello stendardo. La processione passa in mezzo alle vecchie case del paese, e a giro compiuto tra suoni di bande e spari di mortaretti, fa rientro alla chiesa parrocchiale.

Il rito delle serpi portate in processione insieme alla statua del Santo ha origini e agganci antichissimi. Con ogni probabilità, esso risale al tempo in cui Cocullo era sede del culto di Angizia, la dea che insegnava l'arte dei contravveleni ai primitivi popoli Marsi, che le offrivano in omaggio il sanguinoso sacrificio delle serpi. Secondo Plinio il Vecchio, che per primo descrisse la allucinante cerimonia pagana, le antiche popolazioni della Marsica avrebbero appreso l'arte di incantare i serpenti da Marso (da cui derivò il nome della terra in cui si erano insediate), figlio della mitica maga d'Eea, Circe. Altri attribuirebbero a Umbrone, sacerdote di Angizia e guerriero, il merito di aver edotto quelle genti alla magica attività di rendere innocui i serpenti velenosi.

Ma d'altra parte v'è chi ci assicura che un benedettino ciociaro di nome Domenico (divenuto poi San Domenico di Cocullo, che « è di fatto san Domenico di Foligno e di Sora; quel santo famoso che si die ad erigere monasteri, nei quali giammai non ristava », come attesta il compianto amico Luigi Bologna in « Saggi di itinerari turistici per l'Abruzzo e Molise » - Roma, 1924), essendo di passaggio, intorno all'anno Mille (egli visse tra il 951 e il 1031), durante uno dei suoi frequenti viaggi fra le terre d'Abruzzo e di Montecassino, salvò i contadini di Cocullo da una paurosa invasione di vipere.

Fu così che l'antico rito pagano si innestò alla tradizione cristiana. Per l'organizzazione della festa, a Cocullo è stata istituita la cosìddetta « colletta di San Domenico », cui i cittadini cocullesi, presenti e assenti, hanno assicurato la loro plebiscitaria adesione. Gli emigrati in particolare, sparsi un po' dappertutto, ad ogni ritorno della primavera si affrettano a spedire al parroco dollari e sterline, franchi e marchi, corone e pesos, ed altre valute straniere. Magari sono costretti, poi, a fare qualche ora in più di lavoro in fabbrica, ma il loro generoso contributo alla festa di San Domenico non deve assolutamente mancare. La caccia alle serpi incomincia per tempo. A mano a mano che i tepori primaverili sciolgono le nevi invernali, i « serpari » intensificano le loro battute lungo le pendici delle montagne e tra le pietraie che circondano il paese.

Essi, uomini e donne di ogni età e condizione sociale, armati soltanto di un bastoncello biforcuto, catturano con esperienza antica tutte le specie di rettili (ad eccezione delle sole lucertole), stanandoli pazientemente da sotto i cumuli di sassi o da sotto la terra umida e fredda. E così, l'uno dopo l'altro, colubri e bisce, ela fii e cervoni, ancora mezzo insonnoliti, finiscono nei capaci canestri dei serpari. Anche le velenose vipere seguono il destino dei loro innocui compagni. Per esse, è chiaro, varia il metodo della cattura. Una volta riconosciutele, i serpari le provocano con un vecchio cappello di feltro e, non appena gli aspidi, irritati o spaventati da quell'ombra scura che si agita continuamente davanti al loro muso, ne addentano la tesa, con un brusco strappo i cacciatori di serpi li privano dei loro denti cavi, portatori del tossico, rendendoli innocui per qualche tempo.

In attesa del giorno della festa, le serpi vengono conservate nella crusca di farina, nel cui calduccio se ne stanno quiete quiete. Anzi, non è affatto improbabile che, trovando il nuovo ambiente più accogliente della loro stessa tana, riprendano bellamente il sonno così bruscamente interrotto. Ecco cosa scrive al riguardo il Bologna nella sua citata guida turistica: « Le serpi, raccolte alla fine d'aprile e private di denti, vengono serbate in pentole di creta con crusca e cacciate fuori nei giorni della festa del Santo... Alcune serpi sono allevate col latte e divengono bianchicce ». Per «impentolare » le serpi, i serpari, forato il coperchio, inseriscono la prima serpe di testa, mentre tutte le altre seguono di coda, ad evitare che la bestiola che è nell'interno possa mordere le compagne che vengono dopo. La delicata operazione avviene in chiesa, presso la statua di San Domenico.

Durante la vigilia d'attesa, si può giurarlo, a Cocullo non c'è famiglia che non ospiti almeno quattro o cinque serpi, pronte per essere offerte nel giorno della festa al Santo Patrono. La mattina del giorno di San Domenico, i serpari si danno convegno sul sagrato della chiesa parrocchiale, dedicata al Taumaturgo. Ognuno reca le proprie serpi nella mano chiusa, con le testoline in giù, secondo una maniera consueta tra i serpari di quelle parti, per poi deporle sul simulacro del Santo all'uscita dalla chiesa, o per portarle in processione per le tortuose viuzze di Cocullo. All'apparizione della statua, recante nella destra il pastorale e nella sinistra il ferro della mula, essi depongono i rettili più vispi sulle spalle, sul collo e sulle braccia di San Domenico. Appena si accorgono di essere libere, le serpi cominciano a strisciare pigramente nelle diverse direzioni, alla ricerca di un appiglio sicuro.

In breve, l'immagine del Santo appare quasi sommersa sotto i viscidi corpi squamosi e variamente colorati, scomparendo alla vista dei fedeli e dei numerosi turisti accorsi da ogni parte d'Italia e del mondo. Cosi, succintamente, il Bologna (op. cit.) sulla processione di San Domenico: « Ma si sente un vocìo confuso. Ecco la processione: passano le statue dei Santi, recati a spalla da uomini, da donne, perfino da bambini. Infine la statua di San Domenico: le serpi sono cosparse dappertutto... La statua di San Domenico gira per le vie del paese, tra l'attonito sguardo dei pellegrini, cinta di serpi, che si attoreigliano e si arrovellano tra le pieghe della statua stessa... Moltissimi nella processione recano grovigli di serpi; poi vengono i cani da pastori, bianchi, senza museruola; che il dì della festa del Taumaturgo serpi e cani non mordono. Cosi vuole la fantasia popolare ». I cani, prima della processione, « sono stati fatti passare sotto un albero, all'ingresso del paese, per vedere se hanno 'mosse sospette', leggi, 'idrofobi'. In caso affermativo, vengono sacrificati; in caso negativo sono condotti in processione » (Bologna, op. cit.).

Ultima modifica 05/05/2015 ore 07:20
Fonte / Autore: Sito Abruzzo Turismo


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