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Festa di San Donato a Celenza sul Trigno

06 / 08 agosto - Celenza sul Trigno (CH)
Il giorno successivo alla festa di S. Nicola di Bari, il 7 agosto i celenzani orientano le preghiere e i festeggiamenti verso San Donato. Celenza sul Trigno rappresenta il fulcro devozionale del santo aretino nella provincia di Chieti e uno degli avamposti nella sua propagazione probabilmente ad opera dei Longobardi la cui presenza in queste terre è documentata già dal VII-VIII secolo e testimoniata ancora oggi dai toponimi 'Fara' e 'Torre della Fara'. Anche la chiesa primitiva, consistente in una piccola cappella rurale, secondo lo studioso locale Litterio, va ricondotta al periodo tra il VII e l'VIII secolo. L'antico borgo, con la sua strategica posizione dominante la vallata del Trigno, a confine con il Molise, disteso verso due importanti direttrici come il tratturo Ateleta-Biferno e la strada verso l'Abbazia benedettina di Santa Maria del Canneto, ha sempre rappresentato nel corso della storia una meta appetibile per i popoli invasori. Sulla cappella originaria ha preso luogo nel 1598 l'attuale santuario, con l'annesso convento francescano. La chiesa di Celenza pertanto è venuta ben presto a configurarsi nel suo ruolo di epicentro del culto per tutta l'area del Medio e Alto Vastese, connotazione conservata tuttora, vista l'assenza di altre chiese dedicate a S. Donato nella zona. In una relazione sullo stato del convento, redatta nel 1713 da frate Bernardo, sintetizzata da Padre Anselmo, letterato e bibliotecario del convento, e trascritta dal Litterio (Celenza sul Trigno e il culto di San Donato, Itinerari, Lanciano, 1993, p.87), si evince l'importanza del luogo in quegli anni: In paese, nella contrada non si fece che parlare del pio luogo e della potenza del Santo venerato in quella chiesa, e dai paesi più lontani giungevano i poveri tormentati dal gran male. Era un accorrere di epilettici che portavano grossi regali, tutti gli altari ebbero le loro rendite, un numero esorbitante di messe; e l'elemosina fu immensa e le questue dappertutto resero bene.

Attualmente il culto è ancora intenso, anche se sono venuti meno tante manifestazioni esteriori e tanti rituali. Il santuario si presenta con una configurazione architettonica modesta, rimaneggiata da interventi recenti, e non lascia immaginare il forte legame devozionale che il vescovo di Arezzo esercita sulla comunità. E' all'interno che si colgono i segni della devozione e si respira l'atmosfera più intima. Lo spazio ha conservato l'impianto cinquecentesco e articola tre piccole navate, decorate con delicati stucchi di buona fattura e pregevoli opere pittoriche. Alcune sculture lignee, di epoca successiva, ritmano le pareti, all'interno di piccole nicchie. Tra di esse è quella di un giovanissimo San Donato Vescovo, firmata nel 1758 dal valente artista molisano Paolo Saverio Di Zinno (1718- 1781). L'opera pur attingendo a moduli formali tipici del tempo, in particolare al dinamismo plastico che viene ad animare la produzione scultorea fino ad allora irrigidita entro precisi schemi espressivi, manifesta un personale modus operandi nella leggerezza dell'esecuzione, nell'eleganza e ricercatezza formale, caratteristiche che l'autore ha sempre profuso nelle sue creazioni.

L'icona del santo si visualizza anche nel polittico (sec. XVI) che sovrasta l'altare maggiore e nel prezioso busto reliquiario d'argento e d'oro (sec. XVIII) che troneggia all'interno di un'edicola. Il dipinto occupa una sezione laterale del complesso pittorico, che omaggia personaggi noti dell'Ordine francescano, intorno a scene sacre raffiguranti l'Annunciazione e la Deposizione, dominati dalla figura di Dio Padre. San Donato è raffigurato a tutto campo al fianco di San Francesco. Appare anche qui in sembianze giovanili e paludato nelle vesti episcopali, con l'attributo iconografico della mezza luna. Le forme sono racchiuse nella compostezza ed equilibrio cinquecenteschi e tendono ad esaltare più il ruolo dei personaggi che la vitalità e l'espressività. Il busto d'argento è quello che viene portato in processione, rivestito di stole vermiglie recanti i ricchi donativi in oro. Il simulacro reca a fronte piccole teche contenenti le reliquie di San Donato, probabilmente donate da Arezzo, e di altri santi. L'immagine si presenta rigidamente frontale, paludato con i paramenti vescovili, in atto di benedire con la destra e sostenere un libro con la sinistra. Verlengia ne offre una dettagliata descrizione nella schedatura realizzata nei primi decenni del Novecento e la riconduce al XV secolo. Soffermandosi nei vani all'ingresso della chiesa si trovano gli oggetti di antichi rituali e le testimonianze commoventi del culto. Un'urna mostra un bambino in cera, avvolto in fasce, sul quale si raccontano storie diverse tramandate da una generazione all'altra. La più diffusa riferisce che una giovane sposa pugliese, colpita da sterilità, chiese a San Donato la gioia della maternità anche solo per alcuni giorni. Ottenuta la grazia, dopo la morte del bambino, ne fece imbalsamare il corpo e lo donò al santo di Celenza. Ogni anno, in occasione della festa, la donna si recava nella chiesa per sfasciare il bambino, lavarlo e rivestirlo. In un'altra versione la donna avrebbe portato al santo un bambino di cera, rivestendolo con i panni del figlio morto. Ma sono tante le storie che si raccontano. In una vetrina sono accatastati i numerosi ex voto rappresentati da foto, lettere, abiti da sposa, indumenti, ognuno con la sua storia di dolore e di speranza. Tra essi è custodito questo “Inno d'amore” per San Donato, lasciato da una devota in tempi recenti, segno di una devozione che continua. Notevole anche il patrimonio di oggetti d'oro, collane, orecchini, spille, anelli ecc., donati dalle donne per invocare l'aiuto del santo o per grazia ricevuta. La grande bilancia di legno è l'altro oggetto che cattura l'attenzione. Fino ad alcuni fa veniva usata per la 'pesatura' dei malati, generalmente un bambino, che veniva adagiato su un piatto della bilancia mentre nell'altro veniva posto dai familiari una quantità di grano pari al suo peso. La pratica assumeva naturalmente valore metaforico, innanzitutto era una specie di do ut des, dare l'offerta di grano per avere la guarigione del malato, e darne in quantità pari al peso del malato. La bilancia, simbolo di equilibrio, già di per sé conferiva il suo potere al malato: l'equilibrio del corpo e della mente. La pesatura rituale con offerte, riferisce la Rivera( Il mago, il santo, la morte, la festa, Dedalo, Bari, 1988), documentata in Occidente sin dagli inizi del medioevo, solo col tempo venne specializzandosi in funzione antiepilettica e l'offerta andò estendendosi a generi di consumo come il pane, il vino ed altri prodotti. Anche le chiese orientali conoscevano tale rituale ed erano soliti offrire il corrispettivo in cera oppure una candela d'altezza pari a quella del bambino. Testimonianze si registrano soprattutto nell'Italia centro-meridionale. Nell'Abruzzo chietino tale uso è documentato, oltre che a Celenza, a Bomba, ma attualmente in nessuno di questi paesi è più in uso. Un'altra pratica era la 'svestizione', cioè i malati di epilessia venivano svestiti e rivestiti di nuovi panni davanti al santo nel duplice significato sia di liberazione dal male fisico sia da quello spirituale del peccato, per diventare sani e spiritualmente più santi.

Oggi, sebbene tali riti non siano più in uso, la fama di San Donato di Celenza è rimasta intatta. Nel giorno della festa si coglie il legame intenso del popolo per questo santo. Si legge nella notevole partecipazione popolare, nell'arrivo dei pellegrini e dei malati, nelle emozionanti cerimonie, nei gesti, nelle espressioni dei volti. Dalle prime ore del mattino il santuario è un via vai di devoti che giungono anche da altri paesi, come San Salvo, Furci, Lentella, Torrebruna, Schiavi d'Abruzzo. Giungono famiglie con i loro malati, soprattutto bambini e adolescenti. Ancora è possibile imbattersi in gruppi di pellegrini che giungono a piedi accompagnati da canti. All'interno della chiesa, i visitatori si affollano davanti al busto d'argento per un saluto o una preghiera. Intorno all'altare le donne di Celenza posizionano con orgoglio le conche riccamente addobbate con donativi e preziosi merletti realizzati durante il lungo inverno. La funzione religiosa diventa un momento di intensa partecipazione emotiva. Dopo la messa si snoda la seguitissima processione. Sono le donne a portare la statua del santo, mentre coppie di giovani in costume abruzzese, le 'pacchianelle', portano le conche seguite dal resto dei partecipanti. Le conche vengono in parte vendute all'asta la sera dell'8 agosto e in parte sorteggiate con la lotteria. Canti e preghiere accompagnano il percorso.

Gli uomini si uniscono al corteo, alcuni si trattengono davanti al sagrato per la vendita dei biglietti che sorteggeranno le conche. La via principale del paese è un brulicare di bancarelle colorate scandite da enormi pentoloni di scapece, sedano e porchetta con le note festose della banda, una cornice profana che sempre accompagna il momento religioso. La sera spettacoli musicali concludono l'intensa giornata festiva.

Fonte / Autore: http://www.sbsae-aq.beniculturali.it/


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